domenica 6 agosto 2017

L'uomo è diventato un barboncino (che non figlia più)

 
Secondo il recentissimo rapporto Svimez il Mezzogiorno d’Italia si sta via via omologando al Nord. Lo dicono due dati. 1. La crescita dell’industria manifatturiera che in molti casi supera quella del Nord. 2. Per la prima volta, quest’anno, l’indicatore di fecondità è inferiore al Sud (1,29) rispetto al Nord (1,38). Queste due notizie che sembrerebbero, almeno parzialmente, positive, messe insieme coniugano invece una tragedia. Si rompe il tessuto sociale, familistico, su cui il Sud è riuscito a rimanere a galla nonostante le sue notorie, e forse troppo superficialmente strombazzate, difficoltà.
In un ottobre di molti anni fa mi trovavo ad Agrigento per uno dei soliti, inutili, convegni. Siccome quando c’è il mare io non resisto, il giorno dopo andai in uno splendido stabilimento liberty sul lungomare. Peccato che a non più di cento metri dalla riva spurgasse una fogna (e questo è uno degli aspetti del degrado del Sud, come, per restare ad Agrigento, è lo scempio che è stato costruito intorno alla Valle dei Templi per cui se ne vuoi godere devi metterti i paraocchi per non vedere il resto). La spiaggia era deserta. C’era solo un ragazzo sulla trentina seduto su una sdraio a qualche decina di metri da me. Poiché sono curioso (in fondo la curiosità è una delle caratteristiche del nostro mestiere) attaccai discorso. Si chiamava, come d’obbligo, Salvatore. Mi feci raccontare la sua vita e spiegare perché in un pomeriggio lavorativo se ne stesse mollemente adagiato su una sdraio. “Per quattro mesi all’anno, quelli invernali, faccio il muratore a Torino. Gli altri li vivo qui. Quello che ho guadagnato al Nord mi basta, anche perché sto a casa dai miei, ho fratelli, cugini, zie che mi danno una mano. Certo non potrò mai permettermi una Porsche, ma in compenso ho a mia disposizione il tempo”. “Anche se non lo sai, Salvatore, tu sei un filosofo” gli dissi. E’ chiaro che oggi i tipi alla Salvatore stanno scomparendo insieme al tessuto familiare, di clan, che li aveva sostenuti. Meno nascite, meno fratelli, meno cugini, meno zie.
Il problema della denatalità riguarda non solo tutto il mondo occidentale ma anche quei Paesi che hanno assunto il modello di sviluppo occidentale. Anche la Cina, che nel suo periodo preindustriale, considerato regressivo, ha raggiunto il traguardo di un miliardo e 300 milioni di abitanti, si sta adeguando ai modelli di denatalità dell’Occidente propriamente detto.
Ma fermiamoci all’Italia che conosciamo meglio. Come mai il tasso di natalità, nonostante l’apporto degli immigrati, continua a diminuire? Perché non facciamo più figli o li facciamo in misura così limitata da non raggiungere almeno la parità fra morti e nascite (il tasso di fertilità per donna, lo abbiamo visto, è circa dell’1,37 mentre per raggiungere la parità ogni donna dovrebbe avere almeno due figli)? Le ragioni sono varie e complesse. Se una volta, non poi tanto tempo fa, chiedevi a una donna che aveva superato la cinquantina perché non avesse avuto figli e se la cosa non le dispiacesse le risposte erano di due tipi. Una, ipocrita: non li ho voluti. L’altra, più sincera: a me dispiace ma non sono venuti. Oggi è diventata più sincera la prima risposta. Molte donne non desiderano più avere figli. Ci sono anche, certamente, ragioni economiche e di carriera. Se una donna è arrivata, con grande fatica, al livello di top manager rilutta a figliare perché sa che se lo facesse quando rientrerà in azienda manterrà il suo grado e il suo stipendio ma si troverà inevitabilmente sorpassata da quelle che nel frattempo l’hanno sostituita. Ma la questione della carriera è solo una parte del discorso. Ci sono donne, molte, che, scardinando una funzione antropologica che inizia con la comparsa dell’essere umano sulla terra, non vogliono avere figli, punto e basta. Preferiscono indirizzare la loro creatività altrove. Lo dice senza mezzi termini Ida Dominijanni giornalista e filosofa: “Abbiamo fatto bene a non fare figli perché abbiamo messo al mondo dell’altro”. Sarà.
Al contrario l’uomo di oggi, che a sua volta ha perso il suo ruolo storico, virile (non fa più la guerra, non fa più il servizio militare, non ha più un’idea di Nazione per cui entusiasmarsi, la forza fisica, sostituita dalla tecnica, non conta più nulla, eccetera) i figli li vorrebbe ma è spaventato dall’aggressività di lei. Per quanto si sia sempre vantato di una presunta superiorità sulla donna ne ha sempre avuto una paura birbona, per questo, nei secoli, ha sempre cercato di circoscriverla e limitarla. Ora che la donna si è definitivamente liberata, questa atavica paura è diventata quasi un terrore. Ciò spiega, almeno in parte, l’aumento esponenziale dell’omosessualità maschile. Mentre a sua volta la donna, in questa situazione, fa sempre più fatica a trovare il ‘maschio alfa’, cioè il maschio-maschio, insomma il vituperato macho sostituito dai cosiddetti poodle (‘uomini barboncino’). E questo spiega, almeno in parte, il concomitante fenomeno del lesbismo che è più nascosto, come più nascosto è il sesso della donna, ma è anch’esso in virale aumento. C’è poi la continua, ossessiva, esposizione del corpo, nudo o seminudo, della donna e questo spegne il desiderio maschile.
Nei Paesi non occidentali o non occidentalizzati, anche in quelli travagliati da mille guerre, il tasso di fertilità è altissimo. Nell’Africa subsahariana è del 3,8, in Medio Oriente del 2,3. Tutti i giorni arrivano da noi masse di disperati ma in mezzo a loro ci sono spesso molte donne incinte. Insomma questi continuano a scopare anche nelle situazioni più difficili.
Intuito il pericolo si cercano ora, tardivamente, dei rimedi. Ma non esistono. La nostra è una società che ha sostituito, in tutti i campi, lo stato di Natura con lo stato di Diritto. Non si può certamente obbligare la donna ad avere figli se non li vuole o costringere un omosessuale a essere diverso da quello che è o si sente di essere.
I popoli giovani, fertili, finiranno fatalmente per sommergere il vecchio e decadente Occidente. E’ la sorte che ci siamo ampiamente meritati allontanandoci progressivamente, con l’ottuso ottimismo di Candide, ma mi sentirei di dire dell’intero Illuminismo, dalla Natura. Eppure era stato proprio Francesco Bacone (XVI secolo), che pur è considerato uno dei padri di quel movimento scientista che porterà alla rivoluzione industriale, illuminista e al mondo che viviamo oggi, ad avvertire (Dedalus sive mechanicus): “L’uomo è il ministro della Natura, ma alla Natura si comanda solo obbedendo ad essa”. Noi questo saggio ammonimento lo abbiamo ignorato.
Massimo Fini
 

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