giovedì 22 giugno 2017

ELIO DI SCALA, PRESENTE !



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"Tenetevi i vostri giudizi borghesi, tenetevi i vostri articoli di giornali, tenetevi i vostri moralismi, tenetevi i vostri occhi in divisa, tenetevi i vostri soldi, tenetevi le vostre banche... Noi ci teniamo i nostri sogni!"
A te Elio.
 I tuoi amici, i tuoi camerati, la tua gente.
e da stanotte, a via Newton, fiori e saluti per Kapplerino...
 "Ed ora eccovi tutti insieme di nuovo, Elio, Michelino, Luca... leoni di questa città troppo spesso sorda e sorniona. Voi, sempre pronti a ruggire, spesso vittime di cacciatori infami, ma mai domi e sempre pronti a fare un passo avanti...
Ora, dopo gioie e dolori, lacrime e sorrisi, vittorie e sconfitte, vi vedo correre spalla a spalla, come sempre, in quell'angolo di cielo dedicato agli eroi ed ai combattenti.
Anche se tutti... noi no."
 
 
 

Come ogni anno ti ricorderemo e renderemo immortale
il tuo nome, le tue gesta, la tua anima.
Come ogni anno insieme a Marco, Giorgio e Giovanni
rose rosse e ricordi segneranno questa data.
Questo 23 giugno di "noi, felici pochi noi, manipolo di fratelli".
D'altronde sei uno dei "morti scomodi".
 Imbarazzante per riciclati e riabilitati.

Troppo bello per le loro squallide vite.



Sull’onda dell’antifascismo militante, gli anni 1970 e 1980 furono caratterizzati da innumerevoli attacchi e devastazioni alle sedi missine ma soprattutto l’uccisione di decine e decine di militanti su tutto il territorio nazionale. Molti giovani furono costretti a reagire, avvicinandosi non solo al Msi, quale forza politica ufficiale, ma anche a gruppi extraparlamentari. Tra questi Elio di Scala. Viveva a Roma in via Porta San Paolo nel quartiere Parioli insieme alla madre e alle sorelle. Era un ragazzo molto riservato ed educato, piccolo di statura ma molto determinato. Appena sedicenne iniziò a frequentare assiduamente la sede del Fuan, organizzazione universitaria legata al Msi, e successivamente si avvicinò ai Nuclei Armati Rivoluzionari, in via Siena. Soprannominato “Klepperino” per il suo coraggio e per la sua grande abilità nell’uso delle armi, fu arresto più volte dalla polizia e rinchiuso anche nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino per aver partecipato a due rapine: la prima nel 1980 e la seconda nel 1990. La terza rapina purtroppo gli fu fatale. Per autofinanziare l’organizzazione, fu deciso di assaltare la Banca Commerciale Italiana (Comit) in via Isacco Newton nel quartiere Portuense. Erano le 15:35 del 23 giugno 1994, pochi minuti dalla chiusura, quando, alcuni uomini armati di pistola, entrarono in azione. Mentre veniva prelevato il danaro dalle casse, una guardia giurata, Alfonso Tortorella, addetto la sicurezza della filiale, bloccava l’uscita riparandosi all’ interno della guardiola blindata. Nacque un furibondo conflitto a fuoco. Sul selciato caddero due uomini. La guardia giurata Tortorella, 49 anni, e Elio Di Scala 31 anni, raggiunto alla testa da un proiettile, morendo sul colpo. Ancora vivo, ma ferito gravemente un altro uomo, Fabio Gaudenzi, 22 anni, già noto alle forze dell’ordine, legato al “Movimento Politico Occidentale”. La notte successiva, in via Newton, furono deposti un mazzo di fiori e un biglietto con la scritta: “Muore un camerata, ne nascono altri cento. Elio Di Scala Presente”. Solo nel 2003, in seguito al rinvenimento in una cantina di via Nomentana civico 859 di un arsenale e documenti processuali relativo alla rapina, il Nucleo Operativo dei Carabinieri, fu in grado di individuare gli altri complici. Si trattava di Giovanni Marion e Andrea Rufino, quest’ultimo considerato il basista.

ROMA QUARTIERE PORTUENSE

LUOGO DELL’ UCCISIONE 

Elio Di Scala: Presente!


Sono le 15.35 del 23 giugno ’94 quando in via Isacco Newton, nel quartiere Portuense, cinque uomini, a pochi minuti dalla chiusura, entrano in azione in una agenzia della Banca Commerciale Italiana (COMIT), quattro sono entrati con le pistole in pugno, mentre il quinto è rimasto fuori, preso quanto c’era in cassa, trovano l’uscita sbrancata dall’incoscienza della guardia giurata, Alfonzo Tortorella, di 49 anni, che chiuso nella guardiola blindata si sente al sicuro, i quattro lo invitano ad aprire, al rifiuto, cominciano a sparare contro la guardiola, Tortorella, postosi in difesa delle banche usuraie, viene colpito a morte, nello scontro a fuoco viene colpito alla testa Elio Di Scala, 31 anni, capo del gruppo, che morirà sul colpo. 

Elio, negli anni 70 – 80, è uno dei tanti giovani che vivono la contrapposizione politica da eroe, con la sua attività garantisce quella libertà che il regime demo-capitalista intende togliere ai fascisti. Non accetta di subire in silenzio i continui attacchi sferrati dai servi del capitalismo che in nome dell’antifascismo devastano le sedi dei fascisti, portando in quelle sedi anche la morte, ritenne giusto reagire, muovendosi nell’entourage extraparlamentare con grande determinazione. 

Un giovane che, forse, non è al livello cultura dei “capi”, che però ammiravano il suo coraggio.

Un fascista di razza a cui affibbiarono il soprannome “Kapplerino”, per la decisione dimostrata nelle azioni e per la sua grande abilità nell’uso delle armi. 

Elio, diceva, quando si entra in questo circuito qualcosa ti cambia, nella testa: ti consideri allo stesso tempo un militante politico, un soldato, un combattente che vuole contribuire a cambiare il mondo, cercando risposte più profonde.

Elio Di Scala, è piccolo ma determinato, un ragazzo molto riservato e ben educato, abita a Roma, a Porta San Paolo (Parioli), con la madre e le sorelle. 

Appena sedicenne si infiamma dell’ideale fascista, inizia a frequentare assiduamente via Pavia dove ha sede il Fuan, (organizzazione universitaria del Msi.), successivamente si avvicina ai Nuclei armati rivoluzionari (Nar) gruppo extraparlamentare. 

I magistrati antifascisti vollero umiliarlo non solo incarcerandolo più volte, ma anche rinchiudendolo nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, metodo questo, utilizzato anche nell’ex Unione Sovietica (URSS), nei confronti dei promotori del dissenso a quel regime capitalista.

"Muore un camerata, ne nascono altri cento"
 
Un biglietto con questa dicitura e un mazzo di fiori sono stati ritrovati la mattina del 26 Giugno, davanti alla sede della Banca Commerciale di via Isacco Newton,  dove tre giorni fa persero la vita Elio Di Scala. Il biglietto si concludeva con lo slogan "Elio, presente". Sulla vicina edicola del giornalaio e' stata inoltre tracciata la scritta "Kapplerino vive" 

 
L' UNITA' 12 OTTOBRE 1993
 
L' UNITA' 24 GIUGNO 1994
 



L' UNITA' 24 GIUGNO 1994
 
L' UNITA' 24 GIUGNO 1994

 L' UNITA' 25 GIUGNO 1994
 
L' UNITA' 26 GIUGNO 1994

 L' UNITA' 19 LUGLIO 1994

 

 
 

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mercoledì 21 giugno 2017

STRAGE DI BRESCIA : INGIUSTIZIA E' FATTA

 
DA GIANCARLO ESPOSTI A CARLO MARIA MAGGI
IL COLPEVOLE "DEVE" ESSERE NERO
 
All'indomani della carneficina -nel maggio 1974- avevan già trovato il "colpevole" : tentarono di addebitare a Giancarlo Esposti la responsabilità della
strage di Piazza della Loggia   

 
« Il 30 maggio 1974 venne ucciso a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, Giancarlo Esposti.
 « Cecchinato» a freddo dal tiratore scelto dei carabinieri, maresciallo Filippi. L’episodio, frettolosamente archiviato come conflitto a fuoco, avvenne due giorni dopo l’attentato di Piazza della Loggia a Brescia. 
L’identikit (a volto sbarbato) del giovane era apparso su tutti i giornali.
 
Quindi era « wanted» e non vivo o morto, ma solo morto. 
Nell’intenzione dei solerti « operatori di giustizia» , era stato prescelto come lo stragista, e la sua morte tra i monti del reatino avrebbe dovuto costituire il suggello di una ben congegnata operazione a regia, diretta ad attribuire ai fascisti la responsabilità della strage di Brescia.
 
Gli « operatori» ignoravano soltanto il fatto che Giancarlo Esposti si era lasciato crescere una folta barba…» 
Quella barba non salvò la vita a Giancarlo, ma lo salvò dall'infame accusa di stragista
 
Ma il "film" era iniziato, e doveva continuare.
 
Oltre 40 anni, con 4 indagini diverse, cambi di imputati e testimoni  per mantenere in piedi la "loro" verità di comodo, quella verità precostituita che esula dalla verità giudiziaria.
Anzi, la prevarica - perchè appunto precostituita.
Un continuo susseguirsi di processi indiziari che hanno portato alla condanna definitiva di Carlo Maria Maggi, ultraottuagenario gravemente malato , ora agli arresti domicilari.
 
La democrazia d'altronde non può condannare se stessa: ingiustizia è fatta !
 
Avanguardia Berghem
 
 
 
 
 

lunedì 19 giugno 2017

Vaccini: cronologia di una dittatura

 
«Tutti i politicanti italidioti e i camici bianchi venduti al miglior offerente che vogliono imporre mediante la violenza istituzionale la vaccinazione obbligatoria, diano il buon esempio con l'inoculazione in diretta televisiva di un bel siringone di dodecavalente con richiami ogni tanto».
Condivido in pieno quanto scritto da Gianni Lannes.

Visto che i vaccini fanno così bene e sono assolutamente privi di qualsiasi effetto collaterale, voi medici che sbraitate e voi politicanti che votate leggi incostituzionali dovreste farveli inoculare in diretta tv facendo poi i richiami ogni 4/5 anni. Dovete però farvi inoculare veri vaccini, pregni di virus attenuati (e non), chimica adiuvante (idrossido di alluminio, formaldeide, antibiotici, cellule diploidi umane di feti abortiti, ecc.) e non acqua fisiologica come sempre accade davanti alle telecamere. Sareste forse un po’ più credibili agli occhi delle persone.
Ululano come licantropi in luna piena e poi il 90% dei camici bianchi ospedalieri non ha copertura vaccinale, per non parlare dei loro figli e di chi legifera in Parlamento.
Credete veramente alla idiozia dell’effetto gregge? Allora fatevi vaccinare in massa: date l’esempio!
Purtroppo gli esempi che state dando sono di ignoranza, stupidità, malaffare, intrighi e collusioni.
Cronologia di una dittatura

Attenzione alle date…
Tutto inizia il 2 aprile 2014 quando il premier Matteo Renzi è ricevuto nella City di Londra per incontrare i massimi dirigenti di Vodafone; Lloyds; British Bankers Association; BAE Systems; Credit Suisse; BP; HSBC holdings; London Stock Exchange; PwC LLP; Silver Lake; BT Group.
La creme della creme globalista da gli ordini al «pinocchietto toscano»…
Il 29 settembre 2014 a Washington avviene qualcosa di molto interessante.
Da quel giorno e per i successivi cinque anni (fino al 2019) l’Italia guiderà le strategie e le campagne vaccinali nel mondo. Chi lo ha deciso? Lo Zio Sam, per voce del Global Health Security Agenda (GHSA) che si è riunito alla Casa Bianca.
L’Italia purtroppo era rappresentata dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, dal Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) Sergio Pecorelli e da uno strano figuro, il dottor Ranieri Guerra, consigliere scientifico dell’ambasciata a Washington che sarà presente alla conferenza stampa a giugno 2017 dopo la pubblicazione del decreto sui vaccini in Gazzetta Ufficiale.
Il 7 ottobre 2014 il primo ministro pro tempore Matteo Renzi incontra i dirigenti delle multinazionali del farmaco per approntare una strategia comune di vendita della merce.
E’ la prima volta che un primo ministro incontra un gruppo di Ceo della farmaceutica a Palazzo Chigi.
Presenti all’incontro: Pier Carlo Padoan, Federica Guidi, Beatrice Lorenzin, Maria Elena Boschi e il sottosegretario Luca Lotti.
A novembre 2015 la mamma Lorenzin è invitata a cena da Federfarma Roma. Numerose foto l’hanno immortalata in tailleur nero che scherza a tavola con la cricca farmaceutica…
Dicembre 2015 la Glaxo se ne esce titolando nei giornali a caratteri cubitali: «Esubero di personale alla Glaxo di Siena»; «Glaxo, è allarme licenziamenti»; «E a Verona chiude la Glaxo. Senza lavoro 600 ricercatori».
A metà dicembre il direttore dell’AIFA Sergio Pecorelli, quello presente alla Casa Bianca per l’investitura ufficiale è stato costretto a dimettersi per «gravi conflitti d’interesse» con le lobbies farmaceutiche ovviamente. Si dice che l’AIFA abbia elargito 20 milioni di euro alla Glaxo…
Ad aprile 2016 colpo di scena: la Glaxo che solo qualche mese prima doveva chiudere, magicamente ora investe 1 miliardo di euro in Italia. Perché l’azienda leader mondiale di vaccini investe in Italia? Per caso i dirigenti si attendevano un’escalation di patologie infettive?
Non tutti sanno che il cuore del business dei vaccini è in due città: Siena dove si fa R&S (Ricerca & Sviluppo) e Pisa dove avviene la produzione vera.
Qual è la regione dove è partita la falsa epidemia di meningite? Esatto la Toscana la regione controllata dal partito e dagli amici di Renzi…
Nella primavera del 2016 inizia l’accanimento nei confronti di medici e ricercatori che mettono in discussione non solo i vaccini in quanto tali, ma la pratica vaccinale.
A luglio 2016 avviene il passaggio cruciale: la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) pubblica il «Documento sui vaccini».
Ricorda molto il Malleus Maleficarum (Il Martello delle Streghe), il testo scritto dai frati domenicani e pubblicato nel 1487 che diede inizio alla ferocissima repressione della santissima Inquisizione.
Il 29 settembre 2016 al congresso alla GSK dal titolo «Come sarà la vaccinazione del futuro?» figura tra gli ospiti d’onore un certo Matteo Renzi. Dalla sala della più importante multinazionale che produce vaccini Renzi propone pubblicamente di radiare i medici che mettono in discussione i vaccini.
Dopo la pubblicazione del documento della FNOMCeO e le folli dichiarazioni del premier colluso con le industrie, iniziano guarda caso le prime radiazioni dei medici coinvolti.
Il 19 maggio 2017 i tre cervelli sopraffini del parlamento: Beatrice Lorenzin, Maria Elena Boschi e Valeria Fedeli presentano il decreto legge per instaurare con la forza e la repressione le vaccinazioni di massa, triplicandone il numero: da 4 a 12.
Il 7 giugno 2017 il presidente della repubblica Sergio Mattarella, ex giudice costituzionale, firma uno dei decreto più incostituzionali che si siano mai visti. Il decreto, nonostante non vi sia nessuna urgenza, nonostante non vi sia nessuna epidemia o rischio per la salute pubblica viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Ora si attende la conversione in legge che deve avvenire entro 60 giorni dalla pubblicazione.
Alla conferenza stampa del Ministero della Salute oltre alla ministra diplomata al classico vi era anche il dottor Ranieri Guerra visto prima. Cosa c’entra il consigliere scientifico dell’ambasciata di Washington a Roma?
C’entra eccome. Si tratta di un medico pluri-specializzato dotato di un curriculum eccezionale con incarichi prestigiosi nazionali ed internazionali a non finire.
La cosa molto interessante è che si tratta del Consigliere di Amministrazione della Fondazione Glaxo-Smith-Kline e della Società Exosomics di Siena presso Siena Biotech Fondazione Monte dei Paschi…
Ranieri è il perfetto anello di congiunzione tra le istituzioni, la Glaxo, il ruolo dell’Italia quale «Capofila delle politiche vaccinali mondiali» e il decreto Lorenzin.
Tutto torna alla perfezione.
Ma ovviamente lo stanno facendo per la salute dei nostri bambini che rischiano di morire tragicamente di varicella, pertosse e morbillo: terribili flagelli del Terzo millennio.
Marcello Pamio
 

domenica 18 giugno 2017

AGLI ISRAELIANI PRUDE LA VOGLIA DI GENOCIDIO …


E’ successo martedì al checkpoint di Mevo Dotan.  Una ragazzina palestinese, quasi una bambina, avanza verso il posto di blocco.  Diranno che ha tentato di accoltellare un soldato; nel video ripreso non si vede né la lama né l’accoltellamento. Si vede invece che la ragazzina fugge, e due agenti israeliani che la inseguono a tutta velocità.  Adesso la bambina è  stesa sull’asfalto, si contorce, le hanno sparato. Gli armati attorno   a lei –  soldati, ma anche un tizio armato in shorts  e sandali, evidentemente un “colono”  –   non la finiscono; si godono la scena   del suo dissanguamento. Mentre la scolara geme e si torce, a terra, i gloriosi ebrei la insultano:  “Muori, figlia di troia”. “Fuck  You”. “Crepa, soffri, khaba” (arabo per “puttana” ).  Nel video si sente qualcuno chiedere: “Ma dov’è il coltello?”.
“Muori, troia!”.

Si chiamava  Nouf Iqab Enfeat,  Aveva 16 anni, veniva dal villaggio di Yabad, presso Jenin,  Cisgiordania. Dicono che  avesse “leggermente  ferito” uno dei soldati.
Il punto  è che si moltiplicano questi fatti, che rivelano uno stato d’animo accentuatosi  nella soldataglia di Tsahal  in questi ultimi tempi: il piacere sadico di assassinare,  anche gratuitamente,  esseri inferiori. Coscienti che i loro superiori non li puniranno per così poco.
Gratuitamente, il venerdì  8 giugno, un cecchino israeliano ha  sparato  contro palestinesi che manifestavano  – attenzione , non in Israele, ma al di là del Muro, preso Jabalia,  Striscia di Gaza, nord. Siccome i  soldati erano separati dai manifestanti dal Muro, non  c’era alcun pericolo di alcuna “aggressione”, è stato puro piacere di assassinare inermi. Il cecchino israeliano, coi suoi colleghi, hanno sparato dalla torre di sorveglianza al di qua del Muro. Sparato per uccidere: Aa’ed Khgamis, 35 anni, è stato fulminato con un proiettile reale alla testa. Altri miriadi di proiettili hanno ferito altre decine di palestinesi.  Questa di  sparare con pallottole  vere contro manifestanti è diventata una allegra abitudine del glorioso, eroico Tsahal.   Glielo lasciano fare, e allora perché no?  La soldataglia ha fatto persino alzare un drone per  spiare la manifestazione  di coloro che – va ripetuto – stavano protestando nel “loro” territorio (bisognerebbe dire: all’interno del loro lager) e non potevano far  male a nessun sangue eletto.  E’ stato puro piacere.
Così, il 15 maggio, hanno ammazzato un pescatore palestinese di 28 anni, Muhammad Majid Baker, non perché avesse aggredito qualcuno degli eletti –
 
 
ma perché stava pescando
 

 
Lo faceva, apparentemente,   oltre  il limite di 6 miglia consentito dai giudei ai prigionieri in Gaza. Va detto che “all’inizio del mese, Israele aveva dichiarato una temporanea espansione dello specchio di mare di Gaza  in cui permette la pesca. Nove miglia al di fuori della costa Sud. Ma ha mantenuto il limite di sei miglia  sulla costa Nord. Così da un  guardacoste hanno sparato al giovane  che probabilmente s’era confuso (inutile ricordare che per gli accordi di Oslo,  anni ’90,  Israele aveva stipulato con l’OLP la pesca fino a 20  miglia dalla riva),  colpendolo al torace. Hanno circondato il piccolo peschereccio ed hanno arrestato l’agonizzante, che infatti è morto qualche ora dopo in un ospedale israeliano.  Poche ore prima dell’assassinio, le formidabili forze navali giudee avevano imprigionato sei pescatori palestinesi e sequestrato due battelli, per lo stesso delitto.
I pescatori di Gaza sono costantemente sotto il fuoco giudaico, che quando non mira agli uomini punta a distruggere i battelli. Il centro palestinese per i diritti umani ha contato l’anno scorso 126 “incidenti”  con sparatoria,  e  130 arresti di  palestinesi a bordo dei pescherecci. Muhammad al-Hissi, padre di 3 figli, anni  33, è  stato dichiarato morto in mare, benché il suo corpo non sia stato trovato, quando il 4 gennaio  gli israeliani hanno  affondato il peschereccio in cui lavorava.
E’ diventato normale vedere palestinesi ammazzati, anche bambini”, ha scritto Miko Peled, pacifista israeliano. “E’ diventato normale vedere cecchini israeliani  che usano munizioni reali contro  manifestanti disarmati”.
Peled ha partecipato all’ultima manifestazione  il 26 maggio  a  Nabi Saleh, lo stesso posto dove due  settimane prima  era stato ucciso Saba Abu Ubaid di 23 anni dal cecchino.  Una quarantina di persone; la presenza di attivisti israeliani avrebbe scongiurato le più  criminose reazioni ebraiche? Nient’affatto.  “Soldati armati di tutto  punto hanno intimato alla gente del villaggio   di disperdersi.  Ho sentito uno,  che il suo cartellino identificava come Raj Keyes, ordinare ai cecchini: “Sparategli nelle gambe”.
“Gli abitanti di Nabi Saleh han cominciato a sedersi davanti ai cecchini per impedire  loro la mira. Risposta: gas asfissianti e getti di acqua “skunk” (una miscela puzzolente, che danneggia gli occhi dei bambini).  Ero vicinissimo a  quel Keyes quando lui  è andato verso un gruppo di donne e bambini che guardavano la scena dal lato della strada e, con un sorriso in faccia, ha lanciato loro una granata asfissiante. Una madre che correva per  interferire con la mira dei cecchini è stata sbattuta via dai soldati…”.
E’ lo stile giudaico  verso gli esseri inferiori. Ma si nota un di più di malvagità non dissimulata, una più aperta volontà  di omicidio e strage, che coincide del resto con l’indifferenza  criminale con cui le forze americane e della coalizione che pretende di “combattere l’ISIS”  massacrano civili a Raqqa e Mossul, le città che pretendono di “liberare”.
Cecchini per manifestanti inermi.

Fosforo bianco per i civili.

Dopo la comparsa di video inequivocabili, la  coalizione ha confermato, per bocca del generale neozelandese Hogh McAslan,  di aver lanciato su Raqqa,   dove vivono ancora 160 mila civili (e non più di 500 jihadisti) bombe  al fosforo. Lo scopo, ha spiegato, è “creare schermi di fumo, in modo da permettere ai civili di fuggire”.  Giustificazione in cui  riconosciamo  un esempio insuperabile di chutzpah:  il fosforo è un’arma chimica vietata dalle convenzioni internazionali  negli abitati. Ora apprendiamo che ha un uso umanitario, quindi coerente sui nostri valori. Una foto di come il fosforo abbia aiutato i civili a Gaza, dove l’unica democrazia del MO la  lanciò, è qui disponibile.
 

Persino il discutibile Osservatorio siriano dei diritti umani (quel  signore  che sta a Londra) ha ammesso che il  fosforo occidentale ha ucciso 23 civili a Raqqa.
Naturalmente, il tutto avviene senza una goccia dei fiumi di lacrime sparse dai media occidentali (e  dalla nota Goracci) sulle sofferenze dei civili  ad Aleppo e sui gas che Assad avrebbe lanciato   “sulla sua stessa gente”.
Il numero di civili uccisi nei bombardamenti americani è stato definito “sconvolgente”  dal capo della commissione ONU d’inchiesta, Paulo Pinheiro. 945 morti alla data del 1 marzo 2017, oltre 160 mila civili sinistrati e rimasti senza casa, dispersi nei dintorni della città. La coalizione ammette  di averne ammazzati  352, “involontariamente”.
Invece,  sono convinto che non ci sia nulla di involontario. Uniti ai massacri deliberati di civili a Mossul a  marzo ed aprile (così imbarazzanti, ancorché mediatamente taciuti,  che l’aviazione belga ha voluto comunicare ufficialmente che i suoi F-16 non avevano partecipato alla strage), uniti alla più sadica attività d’assassinio  di Israele contro i palestinesi  inermi, penso che ciò indichi il passaggio ad una politica genocidaria. Lo permettono la  nuova alleanza  di fatto fra Israele e il Regno saudita (genocida di  suo in Yemen) che  assicura contro le minime critiche arabe,  l’intervento militare americano diretto ed aperto in Siria contro Assad e per i terroristi per impedire l’avanzata dell’armata siriana verso le frontiere irachene , il suo congiungimento  coi liberatori iracheni e dunque l’apertura della via di fornitura di armi dall’Iran (un contrattacco americano è in preparazione: gli Usa hanno portato in Siria, nella base che hanno allestito ad Al Tanf, missili HIMARS,   dei “katiusha” americani da 300 chilometri di gittata); lo permette il nuovo clima della Casa Bianca,dove sulla questione medio-orientale è Jared a decidere.
Il sangue arabo è sempre costato poco.  L’indifferenza americana  però può avere un motivo  preciso: quella che ammazza è gente  che sta per e con Assad, e voterebbe Assad in una futura sistemazione della Siria  (da balcanizzare, secondo i progetti USraeliani).  Ad Israele prudono le dita sul grilletto perché sente vicino il realizzarsi del suo sogno finale;  eliminare tutti i palestinesi da  Gaza, farla finita con la chiacchiera occidentale dei “due stati”.

Cominciata la “Soluzione Finale” per Gaza

Ha già cominciato col dimezzare l’elettricità che fornisce alla striscia di Gaza, il  suo lager:   da 3 ore al giorno,  a 60 minuti. Si noti: sono i palestinesi a pagare per questa fornitura,  gli ebrei nemmeno si accollano le spese del Lager. Precisamente, l’OLP di Abu Abbas, nemico di Hamas che regna su Gaza, che smesso di pagare la bolletta. Evidentemente c’è un  accordo fra Abu Abbas e a del capo dell’OLP . Del resto Trump, nell’incontro a Betlemme con Abu Mazen il 23 maggio scorso, gli ha fatto offerte che non poteva rifiutare; subito dopo infatti l’ha aggredito chiamandolo “traditore”, perché il vecchio servo palestinese, alla radio,  aveva chiamato “eroi” i prigionieri palestinesi detenuti da  Israele.   La “pace è possibile fra Netanyahu e Abbas”, ha detto Trump. Il risultato è la riduzione dell’elettricità a Gaza a 1  ora al dì.  Ciò è in sé un  intento genocida.
Insomma è vicina la soluzione finale per Gaza.  “E’ in corso una trama fra  Usa e Israele  per portare il presunto “accordo definitivo” vantato da Trump per finire il conflitto israelo-palestinese   a conclusione, riducendo la questione  palestinese ad una nota a piè di pagina della diplomazia internazionale”, assicura Jonathan Cook, giornalista britannico che scrive da Nazaret. Pochi giorni fa, è arrivata in Israele Nikki Haley, l’ambasciatrice americana all’Onu, quella che si produce in aggressioni verbali illimitate contro la Russia. Accompagnata da Danny Danon,  che copre la stessa funzione per Israele, e che “al  confronto fa sembrare Netanyahu un moderato”.
La Halley ha detto a Netanyahu che “l’Onu è prevaricatrice contro Israele” e che il Consiglio di Sicurezza, invece che condannare Sion, deve “concentrarsi su Iran, Siria, Hamas Hezbollah”.
Quanto a Netanyahu, “ha chiesto alla Halley  di smantellare   una agenzia Onu molto odiata da Israele: l’UNRWA.  Creato nel 1948 per assistere i milioni  palestinesi cacciati dallo Stato ebraico e ridotti in campi profughi ormai divenuti permanenti, la UNRWA assiste ancor oggi 5 milioni di palestinesi fuoriusciti,negli stati intorno,  per istruzione, assistenza sanitaria e sevizi sociali. Netanyahho sostiene che l’UNRWA “perpetua anziché  risolvere” i problemi dei palestinesi. Il che è verissimo:  facendoli sopravvivere, perpetua  le voci che  continuano a reclamare il diritto al ritorno in Palestina. Inoltre, la UNRWA occupa 32 mila dipendenti, ossia  stipendia palestinesi –   insegnanti, amministratori, medici –  che vivono in Cisgiordania: “il territorio che Netanyahu e la Danon vogliono inglobare”.  Il problema potrebbe essere risolto facendoli morire tutti, lasciandoli senza assistenza come quelli di Gaza senza luce.
Maurizio Blondet

FONTE : http://www.maurizioblondet.it/agli-israeliani-prude-la-voglia-genocidio/

sabato 17 giugno 2017

E la chiamano estate...maledetta estate


 
L’estate si avvicina minacciosamente. “La vecchiaia inizia quando l’estate invece che una promessa di felicità diventa una preoccupazione” ho scritto nel mio libro Il ribelle dalla A alla Z. Per me, quando ero ragazzo, l’estate e il mare hanno sempre coniugato la parola proibita: felicità. E questo sentimento era comune ai miei coetanei. Sto rimettendo a posto i miei ‘45 giri’ (vinile purissimo). Quasi tutte le canzoni d’amore dell’epoca sono ambientate d’estate al mare (Sapore di sale di Gino Paoli, Una rotonda sul mare di Fred Bongusto, Abbronzatissima di Edoardo Vianello sono solo alcuni degli infiniti esempi che si potrebbero fare) oppure la rimpiangono o l’attendono con ansia (“Come un giorno di sole fa dire a dicembre/l’estate è già qui” canta Patty Pravo).
Per i vecchi l’estate cambia completamente di segno. Le passioni d’amore, con i loro struggimenti, sono ormai alle spalle da tempo o se qualche traccia ne rimane è talmente affievolita da non avere più nulla a che vedere con l’età in cui le slacciavamo, con dita tremanti, i bottoni della camicetta.
Ma la questione non è questa. Sta nel fatto che l’estate acuisce tutti i problemi, drammatici, anche se occultati da una Scienza e da una pubblicistica ingannevoli e non innocenti, della tetra vecchiaia e al cui centro, almeno in Occidente, sta la solitudine.
In Europa solo il 3,5 % dei vecchi vive con i propri figli e i propri nipoti. Però d’inverno, e nelle stagioni contigue, i figli, a meno che non si siano avventurati in qualche altra regione del mondo, rimangono in città, ti restano in qualche modo vicini, qualche volta ti permettono di portare i nipotini ai giardini e di non stare perennemente a guardare, come un babbeo, con le mani incrociate dietro la schiena, i ‘lavori in corso’, malvisti dagli operai che hanno il loro daffare. Ma d’estate i figli e i nipoti se la filano in vacanza. Anche i vicini se ne vanno. E la tua casa piomba in un silenzio tombale. Rotto solo dalle sirene delle autoambulanze che si fanno più acute perché anche la città, con meno macchine, è più silenziosa. E i vecchi rabbrividiscono. Perché, per un singolare paradosso, non sentono il caldo, si disidratano e muoiono. Questo lo sanno, cercano di bere anche se non ne sentono l’esigenza, ma a ogni suono di sirena pensano: la prossima volta potrebbe toccare a me. Non è nemmeno un caso che sia proprio l’estate la stagione in cui gli psicolabili danno maggiormente in escandescenze.
Ma il killer più pericoloso resta la solitudine. Secondo una recente ricerca la solitudine uccide più di 15 sigarette al giorno. Non si tratta naturalmente della solitudine per scelta che è quella che puoi fare da giovane, traendone anzi un sottile piacere anche perché sai che puoi interromperla in ogni momento. Ma la solitudine dei vecchi non è una scelta, è una condizione sociale. Ed ecco che allora bisogna darsi da fare, trovare qualcuno, uno qualsiasi, con cui passare e “ammazzare il tempo” essendo consapevoli che è il Tempo che sta ammazzando noi e che stiamo spendendo malamente gli ultimi spiccioli che ci restano.
Terribile, veramente terribile, è la condizione del vecchio nella società moderna. Un tempo viveva in una famiglia allargata, circondato dall’affetto dei numerosi figli e degli ancora più numerosi nipoti, delle zie rimaste nubili che non mancavano mai e accudito dalle donne di casa per il tempo, fortunatamente breve (la medicina tecnologica non si era ancora inventata l’accanimento terapeutico) in cui non era più in grado di badare a se stesso. Nella società contadina, a prevalente tradizione orale, il vecchio era il detentore del sapere, rimaneva fino all’ultimo il capo della famiglia, conservava un ruolo e la sua vita un senso. Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale e ancor più in quella digitale è un relitto. E il suo avvilimento è aggravato da quell’istituto crudele che solo la razionalità moderna poteva creare, la pensione (“E adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo”). Perso da un giorno all’altro il ruolo sociale, per quanto modesto, che aveva avuto nella vita non gli resta che attendere la morte e sollevare così la società da un peso divenuto intollerabile. L’estate provvederà a un salutare sfoltimento dei ranghi.
Massimo Fini

venerdì 16 giugno 2017

CITTADINO FERMATI, GUARDA DI QUA" . PADOVA,17 GIUGNO 1974

GIUSEPPE MAZZOLA 
GRAZIANO GIRALUCCI 
 PADOVA 17 GIUGNO 1974


Graziano Giralucci nato A Villanova di Camposampiero (PD), il 7 dicembre 1944, agente di commercio.

Giuseppe Mazzola nato A Telgate (BG), 21 aprile 1914, ex carabiniere in pensione, 

militanti del Movimento Sociale Italiano, furono le prime vittime delle Brigate Rosse.

 


L'assalto alla sede del MSI:

intorno alle 10 del mattino del 17 giugno 1974, un commando di esponenti delle Brigate Rosse penetrò con la forza nella sede dell'MSI di Padova, sita in via Zabarella, allo scopo di prelevare alcuni documenti.

Il commando era composto dai seguenti terroristi:

- Roberto Ognibene, esecutore materiale dell'incursione.

- Fabrizio Pelli, esecutore materiale dell'incursione.

- Susanna Ronconi, con funzione di retroguardia.

- Giorgio Semeria, con funzioni di autista.

- Martino Serafini, con funzioni di sentinella per un eventuale arrivo delle forze dell'ordine.

Penetrati all'interno del locali, i due terroristi vi trovarono Graziano Giralucci, militante dell'MSI quasi trentenne, e Giuseppe Mazzola, un ex carabiniere in pensione che teneva la contabilità, entrambi casualmente presenti quella mattina nella sede del partito.

I due terroristi estrassero due pistole, una P38 e una 7,65 con silenziatore, e tentarono di immobilizzare i due missini: Mazzola, non intimorito, afferrò la pistola di uno dei due terroristi e Giralucci cercò di immobilizzarlo abbrancandolo per il collo.



L'altro terrorista intervenne sparando un colpo che raggiunse alla spalla Giralucci ed un secondo che colpì Mazzola trapassandogli la gamba destra e l'addome: Mazzola e Giralucci, ormai inermi, furono freddamente uccisi ognuno con un colpo alla testa.



La rivendicazione e la "Pista Nera":

il giorno successivo le Brigate Rosse rivendicarono la paternità dell’assassinio tramite due volantini fatti ritrovare in una cabina telefonica a Padova e Milano, e in seguito con una telefonata alla redazione padovana de “Il Gazzettino”; in tali rivendicazioni viene annunciato che le le due vittime erano state giustiziate dopo essere stati ridotti all'impotenza.

Le Brigate Rosse avevano in precedenza commesso altre azioni violente armate, tra cui il rapimento del procuratore Mario Sossi, a Genova, il 18 aprile 1974, ma questo fu il primo omicidio effettuato e rivendicato a nome delle Brigate Rosse, e venne messa in discussione l'esistenza di tale organizzazione terroristica sia dai giornali che dalla magistratura: per 6 anni infatti, dietro la spinta di giornali di sinistra quali ad esempio il Manifesto, l'Avanti e L'Unità, le forze dell'ordine indirizzarono le indagini su una fantomatica "pista nera", che interpretava l'omicidio di Giralucci e Mazzola come un regolamento di conti interno al partito del MSI.

Tale azione di depistaggio ebbe momentaneamente successo.







Il processo:

Negli anni ottanta, in seguito alle confessioni di vari terroristi pentiti ed ad una più vasta indagine sulle Brigate Rosse, viene aperto il processo per l'assassinio di Giralucci e Mazzola.



In tale procedimento non fu coinvolto Pelli, morto in carcere di leucemia nel 1979.


L'11 maggio 1990 la Corte d’Assise di Padova dichiarano gli imputati tutti colpevoli, con le seguenti condanne:

- Roberto Ognibene, diciotto anni per omicidio volontario.
- Susanna Ronconi, nove anni e sei mesi per concorso anomalo in duplice omicidio.
- Giorgio Semeria, nove anni e sei mesi per concorso anomalo in duplice omicidio.
- Martino Serafini, sei anni, un mese e dieci giorni per concorso anomalo in duplice omicidio.

Oltre ai membri del commando, furono condannati anche i vertici delle BR, considerati mandanti dell'omicidio:

- Renato Curcio, dodici anni e otto mesi per concorso morale in duplice omicidio.
- Mario Moretti, dodici anni e otto mesi per concorso morale in duplice omicidio.
- Alberto Franceschini, dodici anni e otto mesi per concorso morale in duplice omicidio.

Nell'agosto 1991, Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica in carica, propose di concedere la grazia a Renato Curcio; a tale provvedimento si opposero le famiglie Giralucci e Mazzola che, per protesta, chiesero la loro sospensione dallo status di cittadinanza italiana.

Sempre a tal riguardo, Silvia Giralucci, figlia di una delle due vittime e ventenne al momento della lettera, scrisse a Cossiga:

« La grazia è un'ingiustizia che ci offende, sia come familiari delle vittime del terrorismo, che come privati cittadini. Mia madre ed io avevamo già espresso parere negativo alla grazia... La nostra vita è stata profondamente segnata da quell'episodio, è una vita non completa, non normale. Perché dobbiamo concedere una vita normale a chi non ha permesso che la nostra fosse tale? Hanno stroncato e segnato irreversibilmente troppe vite per avere il diritto di godersi la loro. Constatatone il fallimento, vorrebbero, e lei con loro, considerare la loro esperienza storicamente sorpassata, ma il dolore mio e della mia famiglia non è ancora storia, è vita". »

(Silvia Giralucci, in risposta alla proposta di grazia a Renato Curcio da parte del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga)

la Corte d’Assise di Venezia aprì il processo di appello e il 9 dicembre emise una sentenza che inasprì le pene rispetto al primo grado:

- Roberto Ognibene, diciotto anni per omicidio volontario.
- Susanna Ronconi, dodici anni e sei mesi per concorso pieno in duplice omicidio.
- Giorgio Semeria, dodici anni e sei mesi per concorso pieno in duplice omicidio.
- Martino Serafini, sette anni e sei mesi per concorso pieno in duplice omicidio.
- Renato Curcio, sedici anni e due mesi per concorso morale in duplice omicidio.
- Mario Moretti, sedici anni e due mesi per concorso morale in duplice omicidio.
- Alberto Franceschini, sedici anni e due mesi per concorso morale in duplice omicidio.


Nel luglio 1992 Serafini chiese la grazia, mentre Ronconi e Semeria usufruirono della semilibertà e Ognibene, grazie ai benefici della legge sui dissociati, fu impiegato presso il comune di Bologna.

L' 1 agosto 1992 Serafini venne arrestato per scontare due anni e mezzo di pena residui.